Belgio sotto la pioggia

Lølø la ascolto da anni. In Belgio non c’ero mai stato, e a un concerto fuori dall’Italia non c’ero mai andato. Sembrava l’occasione giusta. Poi sono partite le pare.

Il mio cervello sa rimandare: aspetta il momento giusto, la compagnia giusta, il meteo giusto. Nel mentre i biglietti salivano e il Belgio sembrava saltato. Ho dormito sul problema sperando nell’intercessione del Dio del giorno dopo, e per una volta ha funzionato: tappe tagliate, due giorni di ferie, hotel prenotato con la VPN dagli Stati Uniti, venti euro risparmiati.

Ho tutto, si parte. Anzi no: aereo in ritardo per un incendio. Io a terra in aeroporto, le 10:50, lo zaino contro la schiena, a fissare il tabellone. E sotto, il fastidio di dover andare da solo.

Poi si decolla. Dal finestrino le nuvole, o forse i fumi dell’incendio, non importa. Sono in aria, e tutto passa.

Bruxelles brutta, Anversa bagnata

Bruxelles è brutta. Lo dico subito così mi tolgo il pensiero. Sono arrivato col pullman da Charleroi alla stazione sud. Se il degrado fosse un luogo, senza ombra di dubbio sarebbe questa stazione. Ho preso un tram e ho fatto un giro in centro. Ho fotografato le varie statue che fanno pipì e ho sentito l’odore di pipì nei vicoletti. Ne avevo già le scatole piene di questa città.

Così sono saltato sul treno e verso le otto ero già in hotel ad Anversa, la mia base per quei giorni. Camera semplice, andava bene, se non fosse per una mensola all’altezza della testa contro cui ho dato una testata da fermo immagine.1 Mi lavo da dosso la stanchezza del viaggio e sono pronto per uscire, direzione porto. La zona è bella, piena di quella roba post-industriale che al tramonto si ammorbidisce. Per un attimo penso che forse il viaggio parta bene. Poi alzo lo sguardo e vedo dei nuvoloni neri all’orizzonte. Io nel mentre sono in shorts e T-shirt.

E la sera è iniziata dentro un O’Tacos. Non volevo neanche entrarci, ma era l’unico posto ancora aperto, perché qui alle nove cala la saracinesca su tutto, e fuori aveva iniziato a piovere. Quindi ero lì, bloccato, una sottospecie di panino davanti e il telefono in mano. Controllavo le storie: nessuna delle mie crush le aveva viste. È una cosa stupida. Ma quando sei solo, fradicio, in un fast food belga che non hai scelto, e ti stai annoiando mentre aspetti la fine del temporale, devi crearti qualche problema per ingannare l’attesa2.

Dopo una mezz’ora che il mio cervello ha percepito come un decennio il temporale era passato e ora c’era solo una pioggerellina. Ho deciso di rischiare e tornare all’albergo. Naturalmente esattamente a metà strada ha iniziato a piovere, il cielo si è illuminato del viola dei fulmini e quando sono tornato in camera ho scoperto che non c’era l’asciugacapelli. A quel punto ho pensato: questo viaggio è sfigato. Vado a dormire sperando che domani vada meglio.

Anversa, una città da un giorno

Domani piove uguale, ma almeno Anversa è più bella di Bruxelles. Ci si passeggia volentieri così mi sono perso un po’ tra le vie. Mi è piaciuto molto il PAKT, un’oasi verde tirata su in una vecchia zona industriale, dove si fa colazione bene. Tornando verso il centro ho incontrato molte persone vestite strane (il mio editor sostiene siano ebrei ortodossi, e mi fido). Penso tornassero da qualche funzione religiosa. Ero tentato di scattare qualche foto, ma ho avuto paura3.

La zona del PAKT ad Anversa

Ad ora di pranzo mi sono ricordato che ero in Belgio da quasi ventiquattro ore e ancora non avevo mangiato delle patatine fritte. Dovevo rimediare. Mi sono fermato da Frites Atelier. Leggendo su internet sembra sia uno dei migliori posti dove mangiare le patatine fritte. Onestamente non erano niente di speciale. Buone, ma non memorabili, mentre le salse erano spettacolari, soprattutto la maionese al basilico. Ma quello che mi è rimasto impresso è il prezzo decisamente esagerato.

Dopo pranzo ha ripreso a piovere quindi ho deciso che era il momento adatto per andare a visitare il tunnel di Sint-Anna e ripararsi un po’ dalla pioggia. Il tunnel passa sotto il fiume e ne collega le due sponde. Essendo ciclopedonale ci scappano belle foto delle bici, ma occhio a non farsi mettere sotto. Uscito, ho finalmente trovato un po’ di sole e ne ho approfittato per fare ancora due passi, ma avevo la sensazione che la città ormai si fosse esaurita.

Il concerto

Ma la giornata non era ancora finita: quella sera, finalmente, c’era il concerto. Il motivo per cui ero lì. Prima di un concerto ho sempre lo stesso rito: mangiare qualcosa di unto. L’unto, più l’adrenalina, è una delle cose più belle al mondo. Così, uscito dall’albergo in direzione concerto, mi è venuta l’idea geniale di fermarmi a mangiare un bel burrito. Mi piace proprio, il messicano.4

Mi aspettavo un posto piccolo. Non così piccolo. Praticamente una stanza.5 Lølø a pochi metri, niente folla anonima in cui sparire. Tutta un’altra cosa rispetto ai concerti che hai in testa, quelli grandi, dove sei un puntino in fondo. Qui ero dentro.

Intorno a me, gente decisamente più punk di me. Io sono punk dentro; fuori sembro uno che chiede il permesso. Eppure non mi sono sentito fuori posto un secondo.

Lølø sul palco durante il concerto ad Anversa

E poi è stato bellissimo. Tra una canzone e l’altra si fermava a parlare con noi, e non il parlare di circostanza da palco. Le luccicavano gli occhi. Era più emozionata lei di noi, e quella cosa ti arriva addosso, non puoi far finta di niente. Mi sono gasato come un cretino e ho cantato tutte le canzoni a squarciagola. E ancora adesso, a mesi di distanza, ogni tanto riguardo la chiusura di hot girls in hell, una di quelle canzoni che ti fanno sentire invincibile e disastrato nello stesso momento. Insomma, quel che serve per affrontare un’altra giornata di routine6.

La verità è che Lølø mi piace perché abbiamo le stesse malattie mentali. Pure lei, ne sono sicuro, controlla ossessivamente chi le ha visto le storie.

Gent e Bruges

Il giorno dopo il concerto sono salito sul treno per Gent con indosso la mia maglia gialla della Ferrari7. Probabilmente tutti gli altri nel vagone mi hanno preso per un cretino arrivato in anticipo per Spa. Forse avevano ragione a darmi del cretino, ma per altri motivi: non sapevo neanche se poi sarei andato anche a Bruges. Vediamo come va, mi ero detto.

A Gent me la sono presa comoda, ho girato un po’, ho scattato qualche fotografia e mi sono pure fermato a fare brunch con un matcha latte al latte di cocco8. Ho capito che la giornata girava bene e che avrei avuto le energie necessarie per affrontare la massa di turisti di Bruges9.

Entrambe le città sono belle, davvero belle, quelle cartoline d’acqua e mattoni che ti aspetti dal Belgio e che fino a quel momento mi erano state negate. A Bruges sono capitato in una zona tutta verde, dove il canale si allargava fino a diventare quasi un lago. Un caffe, una chiesa, un ponte. Tutto bellissimo, finché non ho capito che il ponte portava dritto al parcheggio dei pullman. Bruges, nonostante i turisti, di un soffio batte Gent. Ma le sono godute entrambe, e mi è bastato camminarci dentro mezza giornata per perdonare a questo paese tutta la pioggia.

Una barca di turisti sui canali di Bruges

Bruxelles, di nuovo

L’ultima mattina mi sono svegliato con calma. Check-out, colazione con un dolcino da Domestic, treno per Bruxelles. E naturalmente pioveva. Ho deciso che il miglior posto per difendersi dal meteo avverso era il museo di Magritte. D’altronde qual è il modo migliore di passare un’ora di pioggia se non con un uomo che dipingeva mele al posto delle facce?

Poi sono andato al quartiere europeo, mi è piaciuto. Tanto. Il Parlamento europeo per me è più un’idea che un luogo. Io mi sento proprio europeo, e lì, sotto la pioggia, circondato da sconosciuti ognuno con la propria lingua, io mi sono sentito a casa. E poco lontano, da Maison Antoine, ho mangiato le patatine fritte guardando gente in giacca e cravatta appena uscita dal Parlamento mangiare anche loro patatine unte, in piedi, sul marciapiede. Mi è piaciuto da matti.10

Ho scattato diverse foto con la macchina analogica. Un po’ perché in quel mese la fotografia su pellicola era la mia passione11, un po’ perché scendeva ancora quella cazzo di pioggia e avevo paura di rompere la mia fuji. Ho comprato la calamita per mamma e la barretta di cioccolato per la mia crush, senza sapere se avrei mai avuto modo di vederla12. Ho ciondolato ancora per le vie del centro e questa volta Bruxelles mi è piaciuta. Non era brutta, ero arrivato io dalla parte sbagliata.

Una partita improvvisata a calcio in una piazza di Bruxelles

E va bene così

Non è stato il viaggio della vita. È stato un viaggio sfigato a tratti, con la pioggia addosso, l’asciugacapelli mancante, le storie non viste, la canzone preferita rimasta fuori scaletta. Ho avuto paura di partire da solo e a momenti ho avuto paura mentre c’ero. Non la paura grossa, da film. Quella piccola: sederti a un tavolo e non avere nessuno a cui dire guarda questo. Mangiare in silenzio. Per qualche giorno nessuno sa dove sei. E all’inizio fa un po’ male.

Eppure era la prima volta che andavo a un concerto fuori dall’Italia. Una riga in meno nella lista delle cose che non avevo mai fatto. E qui c’è la parte che ho capito solo dopo, tornato a casa, stanco. Andare da solo è una cosa che mi riesce sempre meglio. Non devo più aspettare che qualcuno abbia voglia, che il calendario combaci, che il momento giusto si presenti: parto e basta. È una libertà che mi sono guadagnato pezzo per pezzo, viaggio dopo viaggio, seduta dopo seduta.


  1. Da fermo. In piedi. Senza nessuno intorno a cui dare la colpa. Precisa all’altezza della fronte. ↩︎

  2. Alla fine hanno visto la storia, ma comunque non mi hanno cagato. Lacrimuccia. ↩︎

  3. La verità è che ho sempre paura di scattare alle persone. Alzare la macchina verso uno sconosciuto, farmi vedere, magari beccarmi un “che cazzo fai”. ↩︎

  4. Questa non è una recensione gastronomica, ma se finite ad Anversa o in qualche parte del mondo e avete fame: messicano, fidatevi. ↩︎

  5. Prima che sembri chissà quale privilegio riservato a belli e famosi, tipo la casita di Bad Bunny: no. Eravamo quattro gatti perché Lølø non l’ascolta nessuno. ↩︎

  6. L’unica pecca: non ha fatto hurt less, la mia preferita. Lølø, sei una stronza. You could stab me in the eye, you could kick me in the face. Throw me down the stairs, leave me in an alleyway. ‘Cause baby that would hurt less than this ↩︎

  7. Io ho una regola: quando la Ferrari vince, mi metto la maglietta della Ferrari. Il giorno prima c’era stato il Gran Premio e la Ferrari, come da tradizione, non aveva vinto. La maglietta ce l’avevo addosso lo stesso, ma solo perché non avevo più niente di pulito da mettere. ↩︎

  8. Il matcha mi piace perché è verde, e le cose verdi sono sane, quindi tecnicamente mi stavo prendendo cura di me. Quello al latte di cocco è ancora più buono, il che lo rende ancora più sano. Non fate domande. ↩︎

  9. Mi rendo conto di far parte della massa di turisti? Sì. Mi considero comunque superiore a loro? Senz’altro. ↩︎

  10. C’è qualcosa di profondamente giusto in un funzionario in completo grigio che si ustiona la lingua su un cono di fritti alle tre del pomeriggio. Ti ricorda che l’abito può cambiare come il mondo ti vede, ma non cambia quello che sei. ↩︎

  11. Quest’anno è stato un anno strano. A gennaio sono andato a Tromsø, e la mia passione era la fotografia. A febbraio sono stato molto giù quindi la mia passione era stare nel letto. A marzo mi sono messo a dipingere, aprile è stato il mese della cucina asiatica. A maggio ero in fissa con la fotografia analogica e a giugno mi è venuta la passione per la scrittura. Benvenuti nella vita di un ADHD. ↩︎

  12. Spoiler: non mi ha voluto vedere. Il cioccolato l’ho mangiato io ed era proprio buono. ↩︎